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poesia

Poesie inedite di Umberto Piersanti

Poesie inedite di Umberto Piersanti

Un giorno non come un altro della vita

salgono per greppi
e sui costoni
mai così fitti
e alti e luminosi
i papaveri rossi,
t’entrano nella macchina
come lampi,
trapassano vetri
e specchi
s’intrecciano sugli occhi
e tra le mani,
ebbra la corsa
dentro quel rosso smisurato,
no, ancora non lo sai,
fugge l’ultimo anno
giovane e felice

e venne il giorno cupo,
un giorno non come un altro
della vita,
e la spagnara limpida
e compatta
quell’azzurro lieve
come l’aria
scomparve nelle tenebre
oscurata,
e s’oscurarono i cieli
e tutti i campi
anche il verdone perse
il suo colore
e nero lo stridio
nere l’erbe,
nel nero che t’avvolge
e che ti schianta
le tempie fatte cupe
come il respiro

come nella pellicola
che arde e brucia
i fotogrammi tutt’attorno,
mutilata la salvano
le forbici,
in cenere si spengono
le ore che quel giorno
cerchiano, il più cupo

sì, mi restano
la casa e le figure
nella mia macchia persa
la più lontana,
quell’odore dell’acqua,
di muschio e raganella
verde e bagnato,
l’antico scalzo e biondo
che lento s’incammina
verso le nubi

dopo il ricordo cede,
i fotogrammi tutti
sono bruciati,
ma qualche brano resta,
scendi per l’aspra piana
scordi compagni e prati,
e tu e la donna entrate
soli dentro quel mare
vuoto, così remoto
e gli spini dei ricci
nella carne
la corsa non arrestano,
felice

oggi c’è molta luce
nella macchia,
vengono fuori bisce
al primo raggio,
tra le foglie cammino
intorpidito
come quella lumaca
dentro l’erbe
che il ragazzo toglie
da una scatola buia

e ripenso a quel giorno,
un giorno non come un altro
della vita

(luglio 2010)

Anemoni

nati prima delle gran neve
nel preludio accecante
dell’avvento,
mai torneranno i cieli
così chiari
come nei giorni
che ogni nascita annunciano
e fioritura immensa,
luce breve e assoluta
che nera nube spegne
scesa dal Catria
con i neri venti,
siete anemoni gli stessi
dalla neve coperti
e dentro il gelo soffocati
e spenti,
voi dagli steli gracili
ma tenaci, tenaci
più d’ogni ceppo o tronco,
o altri, fratelli vostri
dalle vostre spoglie nati,
che nella genga un poco grigia
e un poco chiara
presso il ginepro spoglio
colore dell’inverno,
questo tiepido marzo che declina
del vostro rosso-viola
illuminate?

un giorno, nella casa di pietra,
dentro il bicchiere
chiaro all’inferriata
una ragazza intreccia
i lunghi steli,
guarda lieto colui
che lento avanza
chiuso nella mantella
per il vento
che dal pruno
alza fiori bianchi

padre, la tua stagione
sento dentro il sangue,
a quel tempo appartengo,
a quei sentieri
di sassi bianchi e aspri
e tu fugavi l’ombre
nel cammino,
la tua mano mi guida
tra i dirupi

ora, giù per i fossi
l’acqua è chiara
come nei giorni
più remoti
e persi,
ma l’ombra che mi cerchia
e che m’acceca
non c’è più la tua mano
che la dissolva

gracile primavera
scendi ai miei campi,
così alti e freddi
e ai venti esposti,
la tua fatica compi
eterna e queta,
e questo sa l’anemone
che sempre una gelata
crosta infrange e spezza

di febbraio e di marzo
sono i miei fiori
tenaci com’è tenace
il gelo dentro l’aria
-essere come loro
lo tento invano-
la violaciocca spezza la muraglia
gli anemoni e le viole escono al sole,
c’è chi resta nel buio,
dentro la terra

(marzo 2011)

Passando vicino al fosso

e luci, luci dappertutto
su ponti e nelle strade,
e s’accendono rami
presso le case,
s’accende dietro il vetro
un filo inargentato,
la macchina che sale
per una strada antica
di luna e di colline
alta sul mare,
mai tutto è così chiaro
come a Natale
nella notte chiara
col cielo e con la terra
stretti, confusi,
e pastori e re magi d’ogni contrada
ci passano sicuri e silenziosi,
il cammino ripetono
di sempre

ma sul mio fosso, no,
tutto era scuro,
non un lume che brilli
alla finestra,
forse non c’è più una casa
nella mia terra,
ma la luna s’alzava
grande e gialla,
e quelle stelle piccole,
avvitate dentro un cielo
di ghiaccio, smisurato

lì tu padre passavi
nella mantella, sul falasco
ghiacciato e scivoloso,
tra gli sterpi, la malta
che t’afferra,
senti le grida intorno,
forse è un’anima bianca
e incatenata,
o il folletto malvagio
che ti perde
o lo sprovinglo astuto
che spinge il piede
dove la terra s’apre
sul gran vuoto

t’aspetta in altra casa
quella donna dal nome
che risplende in questa notte,
anche il tuo ha un gran posto
nelle Storie, ma tu pensi
solo al tuo cammino,
ah, la tua mente così chiara
e sgombra, tu padre vero,
dal mestiere vero come nel presepe
ci sta il fabbro o il pastore,
l’arrotino, e la madre
che mette il pane al forno,
stende i panni bianchi,
questa la mia famiglia
e la mia terra,
persa in un tempo
senza false luci
che s’accendono e spengono
a comando

dopo arriva il padre
in quella casa,
e Maria prepara i tagliolini
col brodo delle feste,
di gallinaccio

da quel fosso io vengo
senza luci,
giù dal fondo dei greppi
e delle storie,
sempre uguale nel tempo,
ma non è vero

(dicembre 2004)

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Informazioni su Livio Cotrozzi

Scrittore, autore televisivo e radiofonico, contadino dilettante, marito, padre e uomo libero.

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