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Articoli, poesia

Giovanna Bemporad

Giovanna Bemporad

Giovanna Bemporad, un poeta classico e controcorrente
di Gabriella Sica

Giovanna Bemporad, il poeta che viveva di notte, tutta genio e silenzio, che non amava la “fredda alba aborrita”, se ne è andata in punta di piedi, con delicatezza e pudore, come nel suo stile, all’alba del 6 gennaio, una domenica d’epifania, dell’attesa rivelazione di quella morte annunciata già da ragazza quando incredibilmente scriveva versi come “Mia compagna implacabile, la morte / persuade a lunghe veglie taciturne”, oppure “Veramente io dovrò dunque morire”, la poesia che le hanno letto qualche ora prima della fine.
Se n’è andata dunque, “come s’infrange un’onda nella calma”, in un’”alba lunare”, una delle tante vissute malamente in quanto fine della giornata di lavoro che era la “dolce” notte, in cui si dissolvevano i rumori della città, e lei poteva vivere, cioè scrivere e leggere. O anche girare per la città, alla luce dell’amata luna. La notte era il tempo della concentrazione e del lavorio creativo, della visione chiaroveggente in contrasto con la cecità diffusa del giorno, del nostro povero tempo. D’altronde già Leopardi stimava la notte la condizione della massima gioia. Quando scendevano le tenebre Giovanna si svegliava e avrebbe potuto foscolianamente dire: “A me sì cara / vieni, o sera”. E non a caso aveva tradotto gli Inni alla Notte di Novalis.

Non poteva dunque che andarsene all’alba Giovanna, la signora folle e fine della poesia italiana. Là dove ora si trova, puro spirito o essenza rastremata della poesia come è sempre stata, Giovanna sarà certo contenta e soddisfatta. I giornali si sono spesi per lei, hanno riconosciuto i suoi meriti di cui lei è sempre stata più che consapevole. Ci sono state alcune imprecisioni e superficialità, qualcuno l’ha considerata un’eccentrica, perfino una minore o un’epigone, ma lei tira avanti, allenata agli ostacoli che ha sempre dovuto superare.

Primo quello della guerra, più terribile per lei che era ebrea e per nascondersi firmava, accorciando il cognome, con il più italiano Bembo. Ma se l’era cavata, grazie alla poesia. Sfollata da Ferrara e arrestata, s’era salvata dal plotone di esecuzione gridando in tedesco versi di Goethe dal Faust. Ed era poi riuscita a commuovere o a stancare i nazisti che l’interrogavano nel carcere di Rovigo, dove era rimasta qualche mese, e che l’avevano infine lasciata andare. Si è pensato o detto che le tragedie nel secolo non si sentono nelle sue poesie ma le sue poesie (la lingua-nuda, la lingua-verità, la lingua-tersa) sono proprio una risposta alle tragedie del secolo da lei vissute in prima persona. I Bemporad di Ferrara furono perseguitati e alcuni parenti, che appaiono anche nel Giardino dei Finzi-Contini di Bassani, finirono nei campi di concentramento. E forse le rimase dentro per sempre un sentimento di persecuzione e sfortuna, una pozzanghera.
E poi l’ostacolo di essere donna in un mondo, come quello della poesia, di soli maschi, e per di più una donna che avrebbe voluto fuggire da quella sua condizione che le appariva come una condanna. Basti pensare alle antologie del Novecento, dove lei e altre donne, che solo oggi riconquistano un posto, sono raramente comparse. Come Cristina Campo, frequentata al tempo fiorentino e anche romano. A poco, se non alla leggenda, sono valsi i suoi atteggiamenti e travestimenti maschili, il suo specchiarsi da immaginaria lesbica nell’omosessuale Pasolini. Vestita con i pantaloni quando nessuna donna li metteva ancora, tutta nera o tutta bianca in improbabili frac o giacche con la coda a rondine, esile e allampanata come un folletto, con il viso pallido di natura e anche incipriato in contrasto con gli occhi di brace e i capelli neri, con cinture e collane a più strati intorno al collo, come una punk dei nostri tempi, fumando la pipa, richiamava attenzioni e fischi dai ragazzi e dai militari, a Casarsa o a Venezia. Per la precisione trascrivo da appunti presi durante una telefonata con Giovanna: “Mi piaceva mettere gioielli luminosi, cinture a catene con appesi coltellini e altro, collane con medaglioni rinascimentali”. In fondo la Bemporad è stata una ribelle e un’antesignana delle ribellioni sessantottine, riuscendo a piegare cose, eventi e persone e a riportarle alle sue regole che non avevano altro padrone che la poesia, ma la sua forza si era alla fine infranta sul muro della modernità spensierata. Se dovessi provare a fare con una matita un disegno metaforico di Giovanna, la rappresenterei come un uccello, in bilico tra i rami spogli di un albero, cinguettante ora in modo melodioso ora rauco, in pieno deserto, con i lembi svolazzanti di una giacca a coda forcuta o di un impermeabile come appare in un video in rete. E non solo perché i versi degli uccelli e i cinguettii dei poeti sono fin dai tempi omerici intercambiabili. Ma perché il grido ritmicamente spezzettato di quell’uccello, rondine, usignolo o merlo, scende severo sul tempo post-umano in cui nessuno riesce più ascoltare quei gemiti intermittenti, il verso del poeta.

Giovanna è stata una maestra del secolo che ha attraversato per intero riuscendo anche a scavallarlo, una grande che ha fatto della parola carne e corpo di se stessa. E una maestra di grandi poeti come Pier Paolo Pasolini ed Elio Pagliarani, che non hanno perso occasione per testimoniare nei suoi confronti ammirazione e devozione, non tralasciando entrambi implicite critiche: per Pasolini “una poesia diretta, che aggredisce i suoi argomenti nominandoli” e “il manifesto disprezzo per certo tono minore, per certo gusto dei limiti”, per Pagliarani “onnivori presupposti di assolutezza e letterarietà”. Disorientando e spiazzando i critici, ora attratti e ora respinti, la Bemporad ha fabbricato un’icona unica della poesia italiana.

Tanti gli epiteti e i nomi che le sono stati affibbiati: freak e teddy-girl ante litteram, poeta maledetto e ultima dandy, e poi George Sand, Maria Stuarda e Pizia. La Sibilla della poesia italiana del Novecento. Ma più di tutto lei era invasa, in quel flusso mnemonico che sembrava attraversarla quando diceva i suoi versi come in trance, dalla voce dell’autore tradotto, dai suoi temi e figure. Aveva cominciato quindicenne nello scantinato di casa a Ferrara, di notte, al lume di candela, a sentirsi come Enea in viaggio nel mare gonfio e nella tempesta, traducendo in uno stato febbrile alcuni canti dell’Eneide in 26 giorni. Singolare precoce ragazzina davvero che lasciava allibito Pasolini! Poi verrà il coro delle voci. Ora è Elettra la figlia insanguinata che tace e ascolta la musica, ora è Penelope rediviva che sul telaio metrico si applica con devozione assoluta facendo e disfacendo i fili del tessuto, ora è Ulisse vagabondo per i mari che sempre alambicca di un ritorno a casa, ora è la giovinetta Nausicaa del rimpianto, ora è Salomone nel giardino paradisiaco dell’amata. Ma il poeta è sempre lei, più poeta ancora quando traduce. Perché è singolare che in un periodo della poesia come il nostro in cui molto si insiste sulla traduzione come evento non meccanico ma contiguo alla poesia, anzi come poesia che dialoga con la poesia, essa stessa poesia, questo non venga riconosciuto del tutto come centro e motore degli intenti e del fare poetico della Bemporad. Da qui anche il suo unico e ripetuto titolo, Esercizi, che sottintende il faticoso e strenuo esercizio che è il fare poesia contenendo fiumane di emotività. C’è infatti un’esperienza umana ustionante che rifluisce nei suoi impeccabili versi da sapiente equilibrista dello stile. Quello che lei fa è risillabare il proprio mondo interiore tramite gli antichi del mondo classico o romantico. Dialogare con i grandi della poesia e ricrearli non stando su un piedistallo e mai con protervia, ma sempre con sensibile cura e gentilezza, con la meraviglia e il candore dei greci, senza frapporre differenze di tempo e di spazio, nel ciclo dell’eterno ritorno. Ha voluto ricreare gli antichi e leopardianamente riportarli in un secolo spigoloso e tragico come il Novecento e rimanere fedele nei decenni a questo modello di poesia, tanto da apparire a qualcuno, impropriamente, come una fuori del tempo o antiquata o troppo letterata.

Giovanna si potrebbe ben ascrivere al novero delle mistiche che consumano, con un ardore totale fino all’estasi, corpo e anima, come Caterina o Teresa d’Avila. Così si sente, quando traduce dall’ebraico una strofa del Cantico: “Io mi alzai per aprire al mio amato / e le mie mani stillarono mirra, / le mie dita liquida mirra / sulla maniglia del chiavistello”. Sta parlando delle sue dita che si muovono per andare incontro alla scrittura e dunque andare incontro allo sposo perché il suo sposo vero è il verso. L’endecasillabo è il suo amato tra i gigli, come lo è stato per Ungaretti, non a caso insieme a Pasolini testimone di nozze nel ‘57 di Giovanna e famoso dicitore in televisione dei versi dell’Odissea da lei tradotti.
Se n’è andata un’icona incredibile della poesia ma il mondo non sapeva neppure di averla. Sapeva e non sapeva. E comunque l’ha lasciata stare, non interessato. L’Italia bella di restrizioni e negazioni, vuota di cultura e di carità, aveva smesso da tempo di prestarle attenzione. E lei, che era una leggenda vivente, umilmente cercava nuovi ammiratori (quanti ne ha avuti di ammiratori Giovanna fin da bambina, da vera enfant prodige!) tra i giovani appassionati di poesia. Ne restavano incantati ed estasiati a sentirla leggere, come tutti. Qualcuno non ce la faceva a sostenere i suoi terribili ritmi. Qualcuno come Aldo Cirolla e Valentina Russi hanno fortunatamente incontrato il suo desiderio determinato, nonostante lei capisse (con quanta pena!) che i tempi le erano avversi e la fortuna anche (come amava ripetere, sospirando), di andare incontro ai futuri lettori, alle nuove generazioni. Così sono riusciti a curare le due edizioni “giovani” degli Esercizi, diventati appunto Esercizi vecchi e nuovi (espunte radicalmente le traduzioni), uscite presso piccoli editori.

La Bemporad non è dunque una classicista, ma un poeta classico e modernissimo, con la sua lampada accesa di notte per i suoi passi poetici presenti e per quelli futuri. Che ha cercato dalla sua tana di trasmettere un’intenzione ai giovani che avevano la pazienza di avvicinarla. In fondo ha fatto quello che ha fatto Leopardi: trasportare nel proprio secolo la voce degli antichi per farli rivivere in una lingua nuova e incredibilmente pulita e tersa. Forse non tanto ironicamente Giovanna mi diceva: “Ho la gobba come Leopardi”. E rigorosa aggiungeva che anche Leopardi ha scritto qualche verso brutto. Per seguire questa intenzione lei ha ricreato temi e risonanze senza mai sfiorare niente che fosse aulico o arcaico o roboante, sempre stretta alla via miracolosa della semplicità e dell’essenzialità. Le poteva capitare di mettersi a chiedere a un operaio esterrefatto se la parola scelta fosse aulica o abbastanza comune. “Il punto d’arrivo è la semplicità”, diceva ed è questo per me il vero miracolo.
Una postura poetica la sua che per forza ha subito inabissamenti in anni e decenni non proprio favorevoli, ma che oggi è tuttavia un modello di comportamento e di etica, l’espressione di un rigore assoluto, di un rifiuto del mondo per come è fatto e di un antagonismo sottile e pervicace allo spettacolo rutilante e inutilmente chiassoso che ci viene quotidianamente e indecentemente sciorinato davanti.

Non che lei non volesse farsi sentire ed era anzi felice di andare a leggere dove era invitata e a spendersi in modo inaudito. Ma era impossibile per chiunque seguirla almeno un po’. Se qualcuno fosse per avventura andato a prenderla sotto casa se ne sarebbe poi guardato bene dal ripetere l’avventura, visto che gli era toccato aspettare e magari trattare con lei al citofono o al telefonino non qualche minuto ma qualche ora. Impossibile. La sua metallica forza, l’instancabile ricerca della parola, si erano alla fine infrante sul muro della modernità spensierata. Due mondi implacabili l’uno con l’altro.
Giovanna Bemporad ha vissuto cinquantacinque anni a Roma nella stessa casa all’Eur, in viale dell’Umanesimo. Un quartiere moderno, borghese e astratto dove lei si è sentita sempre a suo agio, abbastanza impersonale da non disturbare i suoi fantasmi e tenere pure a bada visitatori non previsti, qualche volte anche rischioso nei vagabondaggi notturni, Non che si fosse imborghesita, come qualcuno ha scritto, perché questo non è mai, mai accaduto, sempre avversa alle convenzioni e ai rituali come è stata, stravagante e controcorrente fino alla fine. Ha sposato certo un senatore, Giulio Orlando, da cui ha avuto una vita agiata che le serviva però solo, da divina egoista quale è stata, per scrivere e lustrare all’infinito i suoi diamanti poetici. Del resto la vita della coppia è stata sempre separata se non altro perché lui, come tutti, viveva di giorno e lei di notte e negli ultimi dieci anni lei era rimasta nella grande casa da sola. E del resto si è sempre ben guardata dal seguire il marito a qualche cerimonia o nelle visite ufficiali, se non una volta nella Cina di Mao, e fu un disastro, tanti i problemi che era riuscita a creare con i suoi singolari ritmi e richiamando di notte l’attenzione delle guardie che ovviamente la fermarono. Governava tuttavia la casa, anche le piccole case che a lungo ha potuto tenere a Firenze e a Milano, a memoria in qualche modo della giovinezza randagia vissuta da una città all’altra perché in fondo era rimasta lei, l’adolescente ribelle e senza casa, fedele solo al fuoco sacro della poesia come una vestale.

Se frequentava una casa era a Capodanno, chissà perché era capace di cercarti quando meno te lo aspettavi per passarlo insieme, creando a volte un bel panico. Sembrava svegliarsi in quel giorno di passaggio, forse voleva solo un po’ di amicizia tra persone che la riconoscevano e non rimanere sola. E leggo che anche con Pasolini aveva passato almeno un Capodanno: un’abitudine chissà per quale suo disegno astrologico o scaramantico.

Tante volte abbiamo parlato al telefono, ed era la cosa più semplice. Si fa per dire. Bisognava telefonare solo di sera tardi o di notte, e già veniva uno scrupolo insormontabile a volte, e poi farsi precedere da squilli in codice. Quando finalmente dopo giorni rispondeva ti diceva, come ha fatto prima dell’estate quando l’ho chiamata per annunciarle che era entrata nella rosa finale del Premio Camaiore, che stava ascoltando un concerto di Mozart a Radio3 e che mi avrebbe richiamata, cosa che puntualmente faceva. Le piaceva sempre parlare di poesia e dei poeti, passati e presenti. E allora si parlava dei suoi instancabili progetti editoriali e della poesia contemporanea: sapeva tutto, fino alla fine ha chiesto che le comprassero libri di poesia. Non ha smesso di affidarsi ai giovani fino alla fine e anche negli ultimi pochi giorni trascorsi in ospedale ha ricevuto una ragazza che sta facendo una tesi su di lei, sempre attenta a chi era attento al suo lavoro.

Nel suo ultimo pomeriggio, faticando a respirare, si chiedeva se era giusta la sua morte in quel momento. E lucidissima interrogava il nipote, Pier Paolo Pascali (che le aveva chiesto se voleva che il giorno dopo tornasse a farle visita magari con me): “Cosa pensi del panorama della poesia contemporanea?”. Con sprezzo del pericolo e interesse immutato per il futuro.
Assoluta ed estrema come sempre. Eretica e corsara come l’amico Pasolini. Concisa e breve come l’amica Cristina Campo. Sempre a modo suo, sempre uguale a se stessa.

Sto intanto provando a essere indulgente con me, con i rimorsi, cara Giovanna, ma come vedi, mi sto dedicando a te, per quel poco che posso. Sono certa di quanto hai splendidamente scritto: “E immagino che quando / la morte a noi verrà, non ci dorremo / se si ricorderanno i cari amici / di noi, parlando, e ci ameranno ancora”.

E se fosse Giovanna Bemporad un cuneo nella poesia del Novecento ancora da scoprire, approfondire e valutare?

Roma, 10 gennaio 2013

© copyright di Gabriella Sica (contatti su fb o mail: gabriella.sica@uniroma1.it)

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Informazioni su Livio Cotrozzi

Scrittore, autore televisivo e radiofonico, contadino dilettante, marito, padre e uomo libero.

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