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Articoli, poesia

PIERLUIGI CAPPELLO


Pierluigi Cappello

Pierluigi Cappello è uno dei grandi poeti italiani contemporanei, nel 2006 ha vinto il Premio Bagutta (con Assetto di volo) e nel 2010 il Viareggio Repaci (con “Mandate a dire all’imperatore”). Come per molti poeti la sua storia, la sua dolorosa storia, inizia nel 1983.

Friulano di Gemona, Cappello versa in condizioni di estrema indigenza ed è paralizzato su una sedia a rotelle. Oggi Pierluigi vive con la madre in un minuscolo appartamento dove non esiste neppure il collegamento a Internet, essenziale per una persona isolata dal resto del mondo, per un intellettuale che può comunicare – poesie a parte – solo grazie alla Rete e al telefono.

In molti si sono chiesti del perché di tanta indiffirenza alla sofferenza. Non bastassero le sue parole, le rime assorte che poco sotto leggerete, ad aprirvi le braccia, fate come già fa la Regione Friuli Venezia Giulia che ha chiesto per quel suo poeta la concessione dei benefici della Legge Bacchelli, la quale prevede un piccolo vitalizio per gli artisti di chiara fama che versino in condizioni disagiate. Ma la fama oggi è cosa da consumare rapidamente, abituati a veder più comete che lune gravitar attorno alla nostra vita.

Il compito di ogni poeta, dunque anche il mio, non è solo di allungar le braccia per accogliere chi cade ma anche quello di alzare la testa di chi pretende d’essere umano ed invece non lo è

A Pierluigi Cappello, in fondo, basta poco: il minimo per sopravvivere e continuare a comporre versi, donando a tutti le sue parole trasparenti, delicate e forti.

Triste e povero è un paese che dimentica i poeti, e ancor più triste se è insensibile al dolore di chi, in silenzio e con enorme dignità, nella sofferenza chiede aiuto.

Parole povere

Uno, in piedi, conta gli spiccioli sul palmo
l’altro mette il portafoglio nero
nella tasca di dietro dei pantaloni da lavoro.

Una sarchia la terra magra di un orto in salita
la vestaglia a fiori tenui
la sottoveste che si vede quando si piega.

Uno impugna la motosega
e sa di segatura e stelle.

Uno rompe l’aria con il suo grido
perché un tronco gli ha schiacciato il braccio
ha fatto crack come un grosso ramo quando si è spezzato
e io c’ero, ero piccolino.

Uno cade dalla bicicletta legata
e quando si alza ha la manica della giacca strappata
e prova a rincorrerci.

Uno manda via i bambini e le cornacchie
con il fucile caricato a sale.

Uno pieno di muscoli e macchie sulla canottiera
Isolina portami un caffé, dice.

Uno bussa la mattina di Natale
con una scatola di scarpe sottobraccio
aprite, aprite. È arrivato lo zio, è arrivato
zitto zitto dalla Francia, dice, schiamazzando.

Una esce di casa coprendosi un occhio con il palmo
mentre con l’occhio scoperto piange.

Una ride e ha una grande finestra sui denti davanti
anche l’altra ride, ma non ha né finestre né denti davanti.

Una scrive su un involto da salumiere
sono stufa di stare nel mondo di qua, vado in quello di là.

Uno prepara un cartello
da mettere sulla sua catasta nel bosco
non toccarli fatica a farli, c’è scritto in vernice rossa.

Uno prepara una saponetta al tritolo
da mettere sotto la catasta e il cartello di prima
ma io non l’ho visto.

Una dà un calcio a un gatto
e perde la pantofola nel farlo.

Una perde la testa quando viene la sera
dopo una bottiglia di Vov.

Una ha la gobba grande
e trova sempre le monete per strada.

Uno è stato trovato
una notte freddissima d’inverno
le scarpe nella neve
i disegni della neve sul suo petto.

Uno dice qui la notte viene con le montagne all’improvviso
ma d’inverno è bello quando si confondono
l’alto con il basso, il bianco con il blu.

Uno con parole proprie
mette su lì per lì uno sciopero destinato alla disfatta
voi dicete sempre di livorare
ma non dicete mai di venir a tirar paga
ingegnere, ha detto. Ed è già
il ricordo di un ricordare.

Uno legge Topolino
gli piacciono i film di Tarzan e Stanlio e Ollio
e si è fatto in casa una canoa troppo grande
che non passa per la porta.

Uno l’ho ricordato adesso adesso
in questo fioco di luce premuta dal buio
ma non ricordo che faccia abbia.

Uno mi dice a questo punto bisogna mettere
la parola amen
perché questa sarebbe una preghiera, come l’hai fatta tu.

E io dico che mi piace la parola amen
perché sa di preghiera e di pioggia dentro la terra
e di pietà dentro il silenzio
ma io non la metterei la parola amen
perché non ho nessuna pietà di voi
perché ho soltanto i miei occhi nei vostri
e l’allegria dei vinti e una tristezza grande.

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Informazioni su Livio Cotrozzi

Scrittore, autore televisivo e radiofonico, contadino dilettante, marito, padre e uomo libero.

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